The Walking Mountain in cima al mondo
- Sabato, 29 Giugno 2013 14:19
- Raffaele Ciccarelli
- 1650
Il teatro è il Madison Square Garden Bowl di New York. Settantamila anime urlanti, al buio, hanno gli occhi fissi sulla macchia di luce centrale. Illumina un ring dove due uomini stanno per dar vita ad un attesissimo match di boxe.
È il 29 giugno del 1933, gli Stati Uniti stanno lentamente suscendo dalla Grande Crisi che aveva portato alla caduta di Wall Street del 1929, anche la Noble Art serviva per offrire un granello di distensione e di distrazione. Allora il pugilato non era ancora scaduto al rango di uno sport minore, ma era una disciplina tra le più importanti e aveva pugili che erano trattati come veri idoli, alla stregua dei nostri calciatori di oggi, per intenderci. Due di quelle star si affrontavano quella sera, in palio il titolo mondiale dei Pesi Massimi, la categoria più ambita e spettacolare.
In un angolo del ring c’era il campione in carica, il newyorkese di origine lituana Jack The Boston Gob Sharkey; nell’altro angolo, l’orgoglio italiano, il “Gigante di Sequals”, Primo The Walking Mountain Carnera. Lo statunitense, pugile sopraffino, aveva conquistato il titolo battendo l’altra star dell’epoca, il californiano Max Baer. La storia di Carnera è una lunga avventura da romanzo, ad iniziare dai due metri e passa del suo fisico massiccio che gli dettero il soprannome, appunto di “montagna che cammina”, portandolo a girovagare per il mondo e a lavorare anche in un circo prima di passare al pugilato, proseguendo, poi, a carriera conclusa, con la lotta e i film. Sharkey e Carnera avevano già incrociato i guantoni nel 1931, allora il primo vinse facilmente grazie alla tecnica superiore. Nei due anni che seguirono e che portarono alla sfida per il titolo, però, Carnera disputò molti combattimenti affinando la tecnica e, soprattutto, sviluppando una potenza devastante. In realtà, quel match rischiò di non disputarsi: nell’incontro con l’altro sfidante, lo statunitense Ernie Schaaf, quest’ultimo uscì nettamente sconfitto da Carnera, ma soprattutto devastato dalla potenza del friulano, tanto da morire poco dopo per i colpi subiti. Il fatto sconvolse l’italiano che decise di ritirarsi, salvo ritornare sulle sue decisioni grazie all’aiuto di amici e all’intercessione della stessa madre di Schaaf. Il cerchio si chiude in quella notte del 29 giugno, i due pugili sono di fronte agli ordini dell’arbitro Arthur Donovan e dei giudici James Buckley e Charles Lynch, c’è un po’ di polemica all’inizio perché i secondi di Sharkey, intimoriti dalla potenza di Carnera, vogliono controllarne i guantoni, ma non c’è alcun trucco.
I round che seguono sono una terribile “Via Crucis” per lo statunitense, fino al terribile KO del sesto round che consacra per la prima volta, negli Stati Uniti, un italiano Campione del Mondo di pugilato. In seguito, questa vittoria, come al solito, avrà tanti padri, ad iniziare dal regime fascista all’epoca in ascesa in Italia, che la sfruttò come mezzo di propaganda: in realtà essa fu solo la vittoria di uomo semplice che la natura aveva dotato di mezzi fisici straordinari e che permise ai nostri tanti emigranti di sentirsi orgogliosi di essere italiani.
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