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Un simbolo dell’atletica, ma anche del Sud

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Pietro Mennea non era solo un atleta. Era un simbolo. Della stessa Atletica, innanzitutto, ma anche dell’Italia e soprattutto del Sud del nostro martoriato Paese.

Quel Sud sempre costretto ad arrangiarsi, sempre ruota di scorta della Nazione, ma allo stesso tempo capace di ingegnarsi e di emergere. Mennea ha vissuto la sua parabola lungo tutti gli anni Settanta, anni di contestazione e di austerity, cui doveva abituarsi tutta l’Italia, non solo quella parte più a meridione. L’atleta Mennea era la naturale continuazione della tradizione velocistica italiana, molto in auge all’epoca, della generazione precedente, che aveva visto in Livio Berruti (olimpionico 1960) il suo atleta eponimo. In una vita sportiva vissuta alla massima velocità, come richiedeva la disciplina in cui si esibiva, due sono stati i momenti più alti, quelli dell’orgoglio azzurro che lo hanno fatto assurgere agli allori mondiali e che lo hanno scolpito nella nostra memoria di sportivi: il primo fu a Città del Messico. Nell’aria rarefatta della capitale andina, in quel 1979 si disputavano le Universiadi, a cui Mennea partecipava in quanto studente universitario (in seguito conseguirà quattro lauree), il Nostro sembrò volare, facendo fermare i cronometri ad un clamoroso 19”72, record del mondo. L’eccezionalità, però, non è stata tanto nel record in sé, ma nel periodo che è trascorso per superarlo: in una disciplina ormai dominata dagli atleti neri, grazie a doti fisiche fuori dal comune, il record del piccolo bianco italiano figlio del Sud povero resisterà ben diciassette anni, superato solo nel 1996 da Michael Johnson ai trials statunitensi per le Olimpiadi di quell’anno. L’altro grande momento della carriera del barlettano lo ritroviamo l’anno dopo. Nel 1980 a Mosca sono in programma i Giochi Olimpici. In piena Guerra Fredda e con lo sport, fenomeno globale, anch’esso politicizzato, assistiamo al boicottaggio statunitense, ma l’Italia partecipa. Mennea si qualifica per la finale della sua specialità, i 200 m, parte, però, nella corsia peggiore, l’ottava. La sua partenza è lenta, nella curva è in ritardo, ma all’improvviso accade l’incredibile: Pietro inizia a mulinare le gambe, l’inglese Alan Wells e il giamaicano Donald Quarrie, poi secondo e terzo, sembrano sicuri della vittoria, ma si vedono superare quasi sul filo di lana dal fulmine azzurro. La faccia stupita di Mennea al traguardo è anche la nostra, così come ci accomuniamo all’urlo di gioia della telecronaca del compianto Paolo Rosi, quasi stessimo esultando davanti ad una prodezza calcistica. Questi due momenti hanno scolpito questo atleta nei nostri cuori, alla fine figlio atipico del Sud. Le sue tante lauree, la carriera politica, l’impegno mai urlato, dimostrano un carattere determinato e raziocinante, in molto diverso dalle esplosività caratteriali e dalle estrosità meridionali, cosa che ci dà la possibilità di comprendere i successi dell’atleta, all’apparenza poco dotato fisicamente, ma capace, sotto la guida di Carlo Vittori, di assurgere alle vette del mondo. Con la stessa velocità che lo ha contraddistinto in pista, la Freccia del Sud ora ci ha lasciato. Troppo veloce… (Raffaele Ciccarelli)