Luci e ombre della Confederations Cup
- Lunedì, 01 Luglio 2013 19:40
- Raffaele Ciccarelli
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Sono di più le luci o le ombre? È la legittima domanda che ci viene in mente dopo la conclusione della Confederations Cup.
Già ho scritto su questo giornale (“Aspettando il Mundial”, 14/06/2013) di come ormai questa manifestazione abbia un suo ruolo nel panorama calcistico internazionale, e cioè quello di testare la logistica e l’organizzazione di dove si svolgerà il torneo mondiale, oltre alle ambizioni di alcune protagoniste. Onestamente, a torneo appena concluso, credo che gli interrogativi siano aumentati piuttosto che diminuire.
Il potente (e onnipresente) boss della Fifa, Joseph Blatter, ha dichiarato che «questa Confederations Cup è stata la migliore di sempre, i match sono stati intensi ed attraenti… C’è stata molta intensità, molta incertezza e molti gol, quello che piace alla gente». Sostanzialmente condivisibile per quel che riguarda il campo, ma poi Blatter prosegue dicendosi «particolarmente felice della riuscita dal punto di vista organizzativo. Alcuni piccoli problemi sono stati riportati a Recife, ma abbiamo ricevuto solo complimenti dalle otto delegazioni». Qui siamo meno d’accordo: approfittando della cassa di risonanza di un torneo di livello mondiale, ci sono state dimostrazioni di malcontento sociale un po’ ovunque, sfociate in incidenti per colpa dei soliti pochi che si intrufolano nella massa pacifica, ma il problema resta e ci sarà meno di un anno per risolverlo e rendere i Campionati del Mondo la festa quale si attende che sia, soprattutto in un Paese come il Brasile. Come pronosticato, e anche auspicato, da più parti, in finale sono arrivati i padroni di casa verde oro e la Spagna, ma non hanno propriamente convinto.
Felipão Scolari, dopo il mezzo disastro della gestione di Mano Menezes, ha restituito certezze al gruppo brasiliano, ma il loro gioco è risultato piuttosto piatto, illuminato solo dalle invenzioni di Neymar, sembrato a tratti ancora acerbo. Gli iberici hanno confermato il loro straordinario momento vincente arrivando in finale, ma sono apparsi un po’ appagati, dando la stessa sensazione che ha dato anche il Barcellona, che della Roja incarna l’anima, nel corso della stagione, come evidenziatosi nella semifinale contro gli Azzurri, superati solo all’ultimo rigore, e nella finale, in cui i verde oro si sono imposti anche con facilità (tre a zero), sciorinando a loro volta una volontà di vittoria quasi feroce. L’Italia, alla fine, ha conquistato un lusinghiero terzo posto superando nella finalina l’Uruguay ai rigori. L’esito finale, e in particolare la gara pur persa contro la Spagna, ha suscitato molti entusiasmi, cui non mi sento di concordare in pieno, e non per andare controcorrente, ma solo per cercare di fare un’analisi scevra di emotività.
Cesare Prandelli ha dato un’anima diversa alla nostra Nazionale, che ora va in campo sempre per giocare piuttosto che attendere. Questo torneo, però, ha dimostrato che la strada è ancora lunga, soprattutto per quel che riguarda la fase difensiva, perché subire dieci reti in cinque match non dà certo garanzie di solidità. Si è poi evidenziato un problema di condizione fisica, ma questa mi sembra una cosa tutta italiana, perché pur con sacrifici si è tenuto dal punto di vista atletico, finendo alcune partite anche in crescendo, poi perché le condizioni climatiche si conoscono, c’è un anno per provvedere, anche se i calendari intasati e la poca collaborazione dei club rendono difficile lavorare in questo senso. Non mi ha convinto la gestione tattica: ancora una volta, come già all’Europeo di un anno fa, Prandelli, nell’immediata vigilia dell’inizio della competizione, ha cambiato modulo, facendo perdere qualche certezza al gruppo. La squadra sul campo ha reagito bene, ma occorrerebbe avere le idee chiare fin dal primo momento, senza dare la sensazione di improvvisazione. Giocare con un solo attaccante, alla fine, può essere produttivo, ma contro il Brasile, ad un certo punto, si poteva rischiarne un altro, e comunque il modulo ha funzionato meglio quando l’attaccante centrale era Gilardino invece che Balotelli. Quest’ultimo è sicuramente micidiale in fase conclusiva, ma resta indolente al sacrificio, mentre il giocatore del Bologna favorisce più gli inserimenti a aiuta maggiormente il centrocampo. Possono sembrare dettagli, ma in una competizione serrata ed equilibrata come un Mondiale dove, oltre a Brasile, Spagna e Uruguay, saranno presenti e concorrenti anche Germania, Argentina, Olanda, con qualche altra outsider, i dettagli possono aiutare a vincere.
L’ultimo fotogramma che ci viene dalla Confederations Cup è quello di Thiago Silva che alza il trofeo dei vincitori: l’augurio è che tra un anno, risolti i problemi di cui sopra, ci possa essere anche l’Italia a competere per la vittoria.
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