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Angeli e Demoni

Mario Cipollini e Oscar Pistorius. Ma anche Carlos Monzon, O. J. Simpson, Marco Pantani, Alex Schwazer, Lance Armstrong, e tanti altri. Un fil rouge unisce questi nomi, il fatto di essere, o essere stati, dei grandi atleti nelle loro discipline sportive, degli eroi trasformati in miti dall’amore e dalla passione dei tifosi e degli appassionati.

Li unisce, però, anche un fil noir, una parte nascosta della loro personalità che li ha portati a trasformarsi da angeli in demoni, a cadere dal piedistallo dove si erano issati. Alcuni si è scoperto che hanno barato per raggiungere quelle vette, altri si sono trovati coinvolti in vicende extrasportive che ne hanno inesorabilmente sporcato l’immagine mitica che era stata loro cucita addosso dalla grandezza delle loro imprese. Avevamo appena iniziato a riprenderci dallo scandalo olimpico del nostro “campione” di marcia (Schwazer) quando, a lugubre e inesorabile cadenza, c’è stata l’ammissione di positività di Armstrong, i sospetti più che concreti su Cipollini, coinvolto in quel buco nero che è l’”Operacion Puerto”, ed ecco che ci piomba addosso anche l’omicidio o, per meglio dire e adeguarci a questi tristi tempi, il femminicidio di Pistorius della sua fidanzata, la modella Reeve Steenkamps.

 

 

 

Si resta senza parole, sempre, di fronte a queste tragiche vicende, la sorpresa si unisce all’incredulità quando coinvolge persone che sono viste come eroi. Pistorius, che della sua inabilità fisica aveva fatto un punto di forza, capace di andare a sfidare anche atleti normodotati, era diventato, lui sudafricano, il campione di tutti, il simbolo della “normalità” con cui chiedono di affrontare la vita quelle persone sfortunate che hanno una diversa abilità. Cipollini, il “Re Leone” del ciclismo italiano, quello che consideravamo l’ultimo eroe di questo sport dopo la tragica fine di Pantani, sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo vista l’inchiesta ancora in corso) aver barato, e non ci può essere delitto più orribile per il cuore di tanti tifosi. Sono tutte vicende che hanno un denominatore comune: dietro l’immagine pubblica c’è sempre quella privata, cosa che troppo spesso dimentichiamo, questi che noi consideriamo eroi in virtù delle loro imprese, questi atleti su cui esercitiamo una sorta di “transfert” della personalità, identificandoci in essi e sentendoci campioni a nostra volta, sono solo esseri umani, con tutta la fragilità che questo comporta. Uno avrebbe imbrogliato per diventare più forte e vincere, l’altro nella vita privata ha mostrato il suo vero volto, tragico e violento. Non è mia intenzione smitizzare nessuno, perché credo che i “miti” non esistano, per quanto scritto sopra è chiaro che sono costruiti dalla persona “comune”, che ha bisogno di eroi cui appigliarsi, creando un amore da parte dei tifosi e degli appassionati di certo sconfinato, spesso controproducente. L’essere assurto sul piedistallo della gloria troppo spesso porta il protagonista stesso a dimenticare la sua natura umana, così come per chi su quel piedistallo lo ha issato.

 

 

Quindi tutto viene concesso e tutto si crede di poter fare, basti pensare al “circo” che muoveva Diego Maradona, che tutto gli concedeva. La vita reale, però, è un’altra cosa, l’essere diventati dei campioni sportivi comporta la grande responsabilità di essere diventati modelli per chi segue quello sport, soprattutto per i giovani: scendere a patti con il diavolo è un tradimento soprattutto nei loro confronti.

 

 

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