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"Falso nueve", falso mito

Road to glory

A volte, nelle analisi che si fanno sul gioco del calcio, ci si dimentica dell'evoluzione che ha avuto nel corso dei più di cento anni di esistenza nella sua attuale forma codificata. Molto si sta discutendo, in questi giorni di Mondiale brasiliano, sull'importanza, e sull'esistenza, del "falso nueve".

Tutto nasce con il gioco del Barcellona voluto da Pep Guardiola, il famoso tiqui taqua in cui, dando spazio ad un trio di attacco di tutti "bassotti" (Messi, Neymar e Pedro nell'ultima versione), ha man mano rinunciato al gioco aereo e al classico attaccante di peso, da Samuel Eto'o a Zlatan Ibrahimovic, con il chiaro intento di consegnare le chiavi del reparto d'attacco all'estro assoluto di Lionel Messi. Come al solito in questi casi, la disputa ha il semplice sapore della retorica, per un paio di buoni motivi.

Il primo affonda la sue radici nella storia: risalendo fino agli Anni Cinquanta, l'allora Ungheria, la nazionale più forte dell'epoca, l'Aranycsapat, fu la prima ad impostare un modulo con il falso centravanti, che nel lessico dell’epoca aveva la dizione di “centravanti arretrato”. Nándor Hidegkuti, pur portando il "nove" arretrava il suo raggio d'azione nella posizione trequartista, proiettando con i suoi assist i veri attaccanti, Sándor Kocsis e il Colonnello Ferenk Puskas, che si lanciavano in maniera inarrestabile verso la porta avversaria. In tempi recenti qualcosa di simile lo ha ben fatto la Roma targata Luciano Spalletti con Francesco Totti a fare la fionda per gli inserimenti dei vari Simone Perrotta e Amantino Mancini.

Il Mondiale brasiliano sembra aver visto il tramonto di questa moda, riportando prepotentemente sulla scena classici centravanti come Karim Benzema nella Francia, ma anche Fred nel Brasile, Diego Costa nella Spagna, Tim Cahill nell'Australia, Robin Van Persie nell'Olanda o lo stesso Mario Balotelli nell'Italia. La Germania sembrava aver dato nuovo vigore al “falso nueve” schierando contro il Portogallo Thomas Müller in quella posizione, che aveva ripagato con ben tre reti, salvo poi ritornare sulle sue idee e doversi affidare al “vecchio” Miroslav Klose per raggranellare almeno un pareggio contro l’ottimo Ghana, con una rete che, tra l’altro, gli ha permesso di raggiungere il record di segnature ai Mondiali, quindici, alla pari di Ronaldo.

In realtà, come già mi è capitato di scrivere, è tutta una questione di mode legate all’enfasi dei buoni risultati del momento, e figlie della possibilità di poter schierare giocatori che si esaltano in maniera particolare in un determinato modulo. Il Barcellona ha provato a riscrivere la storia, riuscendovi a suon di vittorie, ma grazie soprattutto ai fuoriclasse di cui ha potuto beneficiare in questi anni, il cui fisiologico tramonto ha portato, inevitabilmente, al declino di azulgrana e Roja. È un ibrido che sicuramente negli anni a venire, beneficiando di una nuova nidiata di campioni, sarà riproposto con successo, ma poi si ritornerà sempre al classico centravanti, il cecchino infallibile che ti risolve i match intricati, che trasforma in palloni vincenti quelli vaganti senza patria nell’area di rigore.

 

 

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